Lato Genitori
Contenuto promozionale Lettura: 8 minuti Aggiornato: luglio 2026

Una maestra di prima elementare avverte: «Quasi tutti i genitori preparano il bambino alla cosa sbagliata – e poi si stupiscono se alla ricreazione resta da solo.»

Oltre vent’anni di prime elementari, diverse centinaia di primi giorni di scuola: da che cosa lo capisce già nella prima settimana – e che cosa i genitori possono ancora cambiare nelle settimane che restano.

Chiara Bertani
Chiara Bertani
Redazione di Lato Genitori · mamma di due bambini

Tre anni fa ero davanti alla scuola alle 7:40. Mio figlio non piangeva, ma mi teneva stretta la manica e mi ha chiesto piano: «Devi proprio andare via?»

Ho sorriso, ho salutato con la mano, mi sono girata – e in macchina ho pianto per dieci minuti.

Eppure quel giorno lo aspettavo con gioia. Il grembiule stirato da una settimana, lo zaino nuovo appeso all’attaccapanni, la foto davanti alla porta di casa. Sembrava tutto perfetto. Solo che in fondo allo stomaco c’era quella sensazione fastidiosa che per settimane avevo spinto da parte.

Oggi so che aveva ragione. All’epoca semplicemente non sapevo che farmene.

Un bambino con lo zaino in spalla, da solo lungo la recinzione del cortile della scuola

Nelle settimane successive non è andata meglio: è andata diversamente. Matteo la mattina si lamentava di mal di pancia. Quando andavo a prenderlo era in disparte, mentre gli altri giocavano ancora insieme. Dopo sei settimane la sua maestra, al colloquio, ha detto una frase che non ho più dimenticato: «Non si è ancora ambientato.»

E io ero lì seduta e non sapevo che cosa avrei dovuto fare di diverso. Avevamo esercitato. Avevamo comprato i quaderni. Sapeva scrivere il suo nome e contare fino a venti.

Sulla carta era pronto. E lo stesso, per sei settimane, non si è ambientato.

All’epoca ho provato a correre ai ripari. Il pomeriggio esercitavamo ancora di più, gli parlavo della scuola, lo spingevo verso pomeriggi con i compagni che lui non voleva. Niente di tutto questo ha cambiato qualcosa – e qualcosa l’ha perfino peggiorata.

A un certo punto ho smesso e ho sperato che passasse da sé. È passata. Ci sono voluti solo nove mesi.

Quello che ho capito solo dopo: in quei nove mesi Matteo non è stato invitato a una sola festa di compleanno. Il primo invito è arrivato a maggio.

Quest’anno tocca a sua sorella

A settembre. E mi sono ripromessa che stavolta non avrei tirato a indovinare – che avrei cominciato per tempo.

E invece ho cominciato esattamente come la prima volta: ho ordinato di nuovo due libri. Ho chiesto nel gruppo dei genitori della scuola dell’infanzia come facevano gli altri. La sera leggevo i forum finché mi si chiudevano gli occhi.

Dopo tre settimane avevo undici opinioni e nessuna risposta. Una giura sul saluto breve, l’altra dice di non insistere per nessun motivo, la terza sostiene che basti comportarsi normalmente. E sembravano tutte sicurissime.

A un certo punto ho visto che cosa non andava nella mia ricerca: avevo chiesto solo a persone che ne sapevano esattamente quanto me. Ognuna di loro aveva vissuto esattamente un primo giorno di scuola – quello del proprio figlio.

Tramite una maestra della scuola dell’infanzia di mia figlia ho conosciuto qualcuno che da oltre vent’anni prende le classi prime. Due-, trecento primi giorni di scuola, a farne il conto. Le ho chiesto se potevo farle domande per un’ora.

Ha detto subito di sì. Ogni anno, in questo periodo, le fanno sempre le stesse domande, mi ha raccontato – alle riunioni, all’uscita, di corsa in corridoio. E non ha mai il tempo di rispondere come si deve. «Forse serve, se una volta sta scritto da qualche parte.»

Anna Ricci, maestra di prima elementare
Anna Ricci Maestra di scuola primaria, da oltre vent’anni segue le classi prime
Intervista raccolta da Chiara Bertani, luglio 2026.

«Lo vedo già nella prima settimana»

Maestra Ricci, al telefono mi ha detto che già nella prima settimana capisce quali bambini faranno più fatica. Da che cosa?

Anna Ricci

Non dal pianto. È l’errore più diffuso. I bambini che piangono il primo giorno spesso sono quelli messi meglio: mostrano quello che hanno dentro, e su quello si può lavorare.

Io guardo un’altra cosa: chi chiede? Nella prima settimana capitano in continuazione piccole situazioni in cui un bambino non sa come andare avanti. Dov’è il bagno, dove metto le mie cose, che faccio se non ho capito. Certi bambini chiedono e basta. Altri restano lì e aspettano che si chiarisca da sé.

Il secondo gruppo non lo nota nessuno. Sono tranquilli, no? Ed è esattamente questo il problema.

Che cosa succede a un bambino così nelle settimane successive?

Anna Ricci

Succede nella parte della giornata di cui lei, come mamma, non saprà mai niente: alla ricreazione.

In ogni cortile e in ogni corridoio ci sono due, tre bambini in disparte. Non piangono. Stanno lì, di solito vicino al muro, e guardano gli altri giocare. E quando suona la campanella rientrano per primi.

Sono venti minuti. Tutti i giorni. Per gli altri la ricreazione è la parte migliore della mattina; per questi bambini è la parte che deve finire in fretta.

E il pomeriggio quel bambino le siede davanti, lei chiede com’è andata, e lui dice: bene. Non mente. Semplicemente non ha un termine di paragone: non sa che effetto fa la scuola quando ci si sente parte del gruppo. Un bambino non segnala ciò che considera normale.

Per questo a novembre, al primo colloquio, mi trovo davanti mamme che cadono dalle nuvole quando racconto che il loro bambino non si è ancora ambientato.

Nelle prime settimane la classe si assesta. Chi gioca con chi, chi siede accanto a chi, chi la mattina viene aspettato davanti al cancello. Chi dentro di sé è ancora fermo sulla soglia, lì non c’è. Dopo quattro, cinque settimane è diventato un ruolo – e quel ruolo non lo assegno io, lo assegnano gli altri bambini.

Quel ruolo viene riassegnato di rado. Ho visto bambini che in terza erano ancora quelli che all’inizio non stavano al passo, anche se ormai ci stavano da un pezzo. Il distacco non è mai stato scolastico. Era sociale.

Ma lei lo vede. Non interviene?

Anna Ricci

Certo che intervengo. Metto quel bambino accanto a uno che di sua iniziativa va verso gli altri, gli do incarichi per cui deve rivolgersi a qualcuno. Ma tutto questo crea soltanto occasioni. Il sentirsi parte del gruppo, o le amicizie, non li posso ordinare.

Lo si vede da una frase che da noi si sente tutti i giorni: «Mettetevi in coppia.» Dopo dieci secondi ognuno ha qualcuno: si prende chi si conosce. E a chi resta lì da solo non mancano le lettere. Gli manca la preparazione giusta – e quella avviene prima del primo giorno di scuola.

Che cosa ho sbagliato

Ma è esattamente quello che ho fatto. All’epoca avevo comprato dei quaderni operativi, due, ogni pomeriggio una pagina: lettere, numeri, pregrafismo. È stato tutto inutile?

Anna Ricci

Non inutile: solo nel posto sbagliato. Un quaderno operativo allena quello che un bambino sa fare. Lettere, numeri, motricità fine. Non c’è niente di male, e a scuola arriva comunque.

Ma suo figlio non è caduto sulle competenze. È caduto sul fatto che non si è inserito: non ha giocato con gli altri, non ha chiesto, non è intervenuto. Ogni bambino deve prima orientarsi, e solo dopo può partecipare. In quest’ordine, sempre. Suo figlio non è mai andato oltre la prima parte, e mentre lui era ancora lì a guardarsi intorno gli altri avevano già cominciato da un pezzo. Per questo non esiste una scheda didattica.

Lo dico ai genitori da anni, ed è la frase su cui ricevo più obiezioni:

«Voi preparate la parte scolastica. Quella emotiva, mai.»
Quaderni di esercizi per la prescuola sul tavolo di casa
Due quaderni, diciotto euro, fatti per due terzi – e il primo giorno di scuola non è cambiato niente.

Ai quaderni non mi sono fermata. Ho letto anche due manuali, tutti e due scritti bene. E quando mio figlio, davanti alla scuola, mi ha tenuto la manica, ho fatto esattamente quello che c’era scritto in entrambi: calma, saluto breve, messaggio chiaro. Ha pianto lo stesso, quando ho girato l’angolo – me l’ha raccontato dopo la sua maestra. Perché non basta?

Anna Ricci

Perché nei manuali c’è scritto che cosa si deve ottenere, non che cosa si deve fare. «Date sicurezza a vostro figlio»: qui annuiscono tutte le mamme. E poi si ritrovano davanti alla scuola e la domanda è sempre lì: sì, ma come?

Sui forum, per ogni domanda, trovavo anche l’esatto contrario. Saluto breve, saluto lungo, non insistere per nessun motivo, comportarsi in modo del tutto normale.

Anna Ricci

Dipende dal fatto che hanno ragione tutti, ma ognuno per il proprio figlio. Quello che aiuta un bambino riservato peggiora le cose con uno esuberante. Per questo i consigli si contraddicono. Non sono sbagliati, semplicemente non sono trasferibili.

Quasi tutti dicono che è una cosa che passa con il tempo.

Anna Ricci

Molte cose passano. La domanda è che cosa succede nel frattempo. Un bambino che ha bisogno di sei mesi per ambientarsi ha perso sei mesi in cui gli altri hanno stretto amicizie.

E, sinceramente, questa frase la sento quasi solo da persone che non hanno dovuto starci a guardare.

La frase che mi sono segnata parola per parola

E allora da che cosa dipende, maestra? Se non dipende dagli esercizi e non dal coraggio, da che cosa?

Anna Ricci

Dal fatto che nelle prime settimane di scuola succede tutto per la prima volta insieme.

La prima volta la strada per la scuola senza un genitore. La prima volta alzare la mano invece di andare lì e chiedere. La prima ricreazione in cui nessuno aiuta a trovare qualcuno. Un bambino per cui tutto questo è nuovo ha già le mani piene. Per partecipare non gli resta niente.

In uno sembra paura, in un altro sembra testardaggine, in un terzo non si vede niente. Eppure viene tutto dallo stesso punto.

«Queste prime volte succedono comunque. Voi decidete soltanto dove: a casa o nel cortile della scuola.»

Suo figlio sapeva che doveva salutare. Non sapeva che cosa succede dall’altra parte della porta. Dove si siede. A chi chiede. Quando torna lei. Doveva attraversare una porta dietro la quale, per lui, tutto era una prima volta.

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Che cosa avrei dovuto fare, invece?

Anna Ricci

Anticipare quelle prime volte. Non esercitare le lettere: la strada per la scuola, il chiedere, il saluto. A piccole dosi, nell’arco di qualche settimana, prima che arrivi il primo giorno. Quello che un bambino conosce già non deve più affrontarlo: ha la testa libera per partecipare.

Sembra poco spettacolare, e infatti lo è. Dieci minuti al giorno, così, di passaggio. Tutto quello che sa di compito obbligatorio finisce in resistenza, esattamente come la pagina quotidiana da fare sul quaderno.

Ha un esempio?

Anna Ricci

Un bambino della mia ultima prima, chiamiamolo Tommaso. Da lui i genitori hanno cominciato sei settimane prima. Niente di impegnativo: una volta a settimana passavano davanti alla scuola, senza un motivo. A cena provavano insieme che cosa succede se deve andare in bagno e non sa dov’è. E decideva lui dove sarebbe avvenuto il saluto.

Ha scelto la panchina davanti al cancello. Non il cancello.

Il primo giorno di scuola è arrivato fino a quella panchina, si è messo lo zaino in spalla e ha detto: «Adesso puoi andare.» Sei anni.

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«E per ogni bambino è uguale?»

Con mia figlia posso fare semplicemente le stesse cose di Tommaso?

Anna Ricci

No. Ed è il punto su cui quasi tutti i genitori inciampano: prendono quello che ha funzionato con un altro bambino.

Un bambino tranquillo, che osserva, ha bisogno esattamente del contrario di uno esuberante. Con il primo bisogna provare prima le situazioni, perché perdano il loro peso. Con il secondo bisogna piuttosto frenare, altrimenti entra a scuola con un’aspettativa che la vita di classe non mantiene.

E dipende da quanto tempo resta. Con tre settimane si fa una cosa diversa che con dodici. Non di meno: di diverso.

E allora su che cosa devo guardare adesso, concretamente, con mia figlia?

Anna Ricci

Su quattro cose. Mi dicono sulle prime settimane di scuola più di tutto quello che un bambino sa già leggere o contare.

  • Frustrazione: che cosa succede quando qualcosa non riesce al primo colpo – riprova o lascia perdere?
  • Autonomia: riesce a preparare le sue cose da sola, senza qualcuno accanto?
  • Iniziativa: ha il coraggio di rivolgersi a un bambino che non conosce o di chiedere aiuto?
  • Bisogni: dice quando deve andare in bagno o quando non ha capito qualcosa?

Risponda a queste quattro domande con sincerità e avrà un quadro piuttosto preciso.

Ma io so com’è mia figlia. Riservata, prima osserva. Non basta?

Anna Ricci

Lei sa com’è. Non sa che cosa ne consegue. È una differenza – e, sinceramente, quella decisiva.

Ogni anno incontro genitori che sanno descrivere il proprio figlio nei minimi dettagli. E poi ne tirano le conclusioni sbagliate. «Riservata» per quasi tutti significa: darle più tempo, non insistere. Con certi bambini è giusto. Con altri è la cosa peggiore che si possa fare, perché così non si trovano mai nella situazione che dovrebbero allenare.

La descrizione ce l’ha. Le manca il piano che ne deriva: che cosa significa concretamente per le prossime settimane.

E un piano così – esiste già pronto da qualche parte? Non voglio ricominciare a cercare per tre settimane.

Anna Ricci

Ormai sì. Qualche anno fa non c’era ancora. Oggi in rete trova diversi test di questo tipo: risponde a qualche domanda sul suo bambino e riceve poi un piano individuale, tarato sui suoi punti di forza e di debolezza.

Non gliene consiglio uno in particolare, non spetta a me. Però l’impostazione è quella giusta: prima guardare, poi agire. È esattamente il contrario di quello che fa la maggior parte dei genitori.

Ne guardi diversi. E controlli se ne esce davvero qualcosa di diverso o se alla fine ricevono tutti gli stessi consigli.

Che cosa faccio di diverso stavolta

Ho seguito il suo ultimo consiglio: ne ho guardati diversi. Quattro, per la precisione, in due serate, con un foglio accanto.

Tre li ho scartati in fretta. Nel primo, dopo cinque domande, il risultato andava bene per qualsiasi bambino. Il secondo era palesemente tradotto dall’inglese: della scuola italiana non c’era traccia, né della prima, né della maestra, né della ricreazione in cortile. Il terzo chiedeva solo che cosa mio figlio sapesse già fare: lettere, numeri, impugnatura della matita. La domanda sbagliata, dopo aver ascoltato la maestra Ricci.

Con il quarto è stato diverso. Chiedeva cose che da sola non mi sarebbero mai venute in mente: come reagisce mia figlia a un’osservazione, che cosa fa quando qualcosa non riesce subito, come si comporta in gruppo. E ha chiesto quanto tempo ci restava: l’unico dei quattro.

È stato il momento in cui ho capito: questo non mi dà quello di cui hanno bisogno i bambini in generale. Mi dà quello di cui ha bisogno il mio – e nel tempo che ci resta.

Come reagisce Sofia alle situazioni del tutto nuove (posto nuovo, persone nuove)? Con distacco, poi si scioglie Su di giri, fin troppa energia Con curiosità: il nuovo le piace Tesa, le serve molto tempo Domanda 4 di 13
Una delle domande del test: riguarda il comportamento, non le lettere.

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Con mia figlia è venuto fuori che prima deve arrivare, e solo dopo può lasciarmi andare. Ho letto la frase due volte. La descrive esattamente – solo che da sola non mi sarebbe mai venuto in mente di dirlo così.

Siamo alla terza settimana. E quello che ne è uscito non l’avrei mai indovinato: lei non vuole salutarmi fuori. Vuole prima entrare, appendere la giacca all’attaccapanni e sedersi al suo banco – e solo allora devo andare.

L’esatto contrario di Tommaso, che aveva scelto la panchina davanti al cancello. Per lui si trattava di non dover varcare il cancello prima di essere pronto. Per lei si tratta di essere già arrivata prima che io sparisca.

Se avessi provato con lei la versione di Tommaso, probabilmente avrei solo peggiorato le cose.

Da quando facciamo così è cambiato qualcosa che non avevo previsto: adesso ripassa da sola tutta la sequenza. A cena spiega a quale gancio va la sua giacca e a chi chiederà se non sa dov’è il bagno. Se le prime settimane di scuola andranno bene non lo so. Ma non va più verso una porta dietro cui non c’è niente.

Una cosa l’ho fatta ancora dopo, perché non mi dava pace: ho compilato il test una seconda volta. Non per mia figlia: per Matteo. Com’era tre anni fa, con tutta la sincerità che il ricordo mi permetteva.

Il risultato per un attimo mi ha tolto la parola. C’era scritto che un bambino come lui, nelle situazioni nuove, prima si guarda intorno e solo dopo partecipa. Che le domande le sopporta più di quanto le faccia. E che proprio i bambini così, nelle prime settimane, è facile non vederli, perché non segnalano niente.

Era la descrizione di quello che poi è successo. Avrei potuto averla sei settimane prima del primo giorno di scuola, per due minuti di fatica. Invece me la sono sentita dire a un colloquio con la maestra, a ottobre.

Due figli, la stessa madre, la stessa casa – e due piani che si contraddicono su quasi ogni punto.

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Che cosa mi avrebbe fermata

Mio figlio non è affatto pauroso: la cosa mi riguarda?

Anna Ricci

Non si tratta di bambini paurosi. Si tratta di bambini a cui piace sapere che cosa viene dopo, e sono la stragrande maggioranza. In alcuni si vede davanti alla scuola, in altri solo tre settimane dopo, con il mal di pancia prima di alzarsi.

Ci restano solo poche settimane. Non è ormai troppo tardi?

Anna Ricci

No. Con poco tempo non si fa la stessa cosa più in fretta, ma quelle due o tre cose che pesano di più. Quello che costruirete in tre settimane è più di quello che la maggior parte dei bambini si porta dietro.

E se la scuola è già cominciata?

Anna Ricci

Allora è in corso proprio la fase decisiva. Ho visto bambini per cui alla quarta settimana è cambiato ancora tutto, perché a casa si è cominciato all’improvviso a parlare di com’era andata la giornata. È più tardi, ma non è finita.

Non è tutto semplice buonsenso?

Chiara Bertani

Me lo sono chiesto anch’io, dopo. E sì, con il senno di poi lo è. Ed è proprio questa la cosa più irritante.

Avrei potuto scoprire tutto da sola. Solo che non avevo idea di che cosa cercare. Nessuno ti dice prima che la parola chiave è «prevedibilità». Mi ci sono voluti due manuali, sei mesi di forum e un inizio di scuola andato storto. Una maestra me l’ha spiegato in cinque minuti.

Sul tempo: Il primo giorno di scuola non si sposta. In Italia le lezioni ricominciano a metà settembre: la data esatta la fissa ogni regione e cade quasi ovunque tra l’8 e il 16. Quanta sicurezza un bambino riceve nelle settimane precedenti decide dei suoi primi mesi di scuola – e in quei mesi viene assegnato il ruolo di cui poi non si libera tanto facilmente. Chi aspetta il primo colloquio con la maestra lo scoprirà quando il ruolo è già stato assegnato da un pezzo.

Che cosa direi a mia sorella

Mia sorella manda suo figlio in prima solo nel 2027. Se di questa conversazione potessi passarle una sola frase, sarebbe questa: smetti di preparare soltanto la parte scolastica e comincia da quella emotiva. Le lettere le impara a scuola: la scuola serve a questo. Quello che gli serve prima è la sensazione che dietro quella porta non lo aspetti niente di sconosciuto, così che lì non sia occupato a orientarsi, ma a sentirsi parte del gruppo.

Con Matteo non lo sapevo. Con sua sorella sì.

Questa è la frase per mia sorella. Il resto è per te, perché probabilmente sei qui per lo stesso motivo per cui io, allora, leggevo i forum di notte.

Adesso hai due possibilità. Chiudi questo articolo e vai avanti come prima: forse andrà bene. A noi «avanti come prima» è costato nove mesi. Oppure ti prendi due minuti, rispondi a qualche domanda sul tuo bambino e dopo sai a che punto è e che cosa lo aiuta davvero nelle settimane che restano fino al primo giorno di scuola.

So quale delle due, con il senno di poi, avrei voluto scegliere prima.

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Lettere dopo l’intervista · risponde Chiara Bertani
Lettera sui fratelli

Con la mia primogenita l’inizio della prima è filato liscio. Adesso tocca al piccolo e sento che stavolta è tutto diverso. È possibile?

Chiara Bertani

Sì, ho vissuto esattamente la stessa cosa, solo al contrario. I fratelli hanno spesso bisogno di cose opposte. Quello che con il primo figlio è andato da sé, con il secondo va preparato. E viceversa. Proprio per questo serve a poco ripetere quello che ha funzionato la prima volta.

Lettera sul momento giusto

Nostro figlio va in prima solo nel 2027. Ha senso occuparsene già adesso o ci si agita e basta?

Chiara Bertani

Ci si agita semmai nel senso opposto, quando all’improvviso restano solo quattro settimane. Quello che noi abbiamo dovuto far stare in poche settimane, voi lo distribuite su un anno. Il bambino non lo percepisce nemmeno come preparazione – ed è esattamente così che deve essere.

Lettera sul primo giorno

Che si fa concretamente se il bambino, davanti alla scuola, piange lo stesso? Ho paura di sbagliare proprio in quel momento.

Chiara Bertani

Era la mia paura più grande – e all’epoca ho sbagliato: sono rimasta più a lungo e l’ho consolato, il che ha peggiorato le cose. Il punto di questa conversazione che mi ha aiutata di più: il saluto non si decide davanti alla scuola, ma nelle settimane precedenti.

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Chiara Bertani scrive per Lato Genitori di prima elementare e delle prime settimane di scuola. La conversazione con la maestra Anna Ricci si è svolta nel luglio 2026 ed è stata da lei autorizzata.

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